Studiopiù Sicilia

28

Giu

In Sicilia c'è un borgo bagnato da una corrente d’oro: il tesoro del monte della "truvatura"

Nessuno ha trovato il carico di monete d’oro e d’argento sepolto qui, ma la vera “truvatura” della Sicilia è la Sicilia stessa e questo territorio, ricco di storia e natura

L’autostrada A18, tra Messina e Catania, prima di giungere a Taormina, corre stretta tra gallerie e viadotti, tra il mare Ionio e la catena dei Peloritani. Attraversa un territorio fragile, ricordato più spesso per le frane e le alluvioni, piuttosto che per la grande ricchezza e varietà di siti naturalistici e archeologici.

Ma siamo in Sicilia e qui è sconsigliato limitarsi a sguardi fugaci, la sorpresa è sempre dietro l’angolo. Ad eccezione di Taormina e di borghi come Savoca e Forza d’Agrò, ormai vere mete turistiche, la maggior parte dei paesini di questa parte di Sicilia sono sconosciuti agli stessi isolani. In molti non hanno mai sentito nomi come Altolia, Itala, Mandanici, Misserio o Antillo, solo per citare alcuni, piccoli villaggi adagiati lungo i fianchi delle fiumare o sulle colline che fanno da contrafforti alla catena dei Peloritani.

Uno dei territori più interessanti è sicuramente quello di Fiumedinisi, accogliente borgo sorto lungo il fiume Nisi o di Dionisio. I greci chiamavano lo stesso fiume Chrysorhoas, corrente d’oro, perché le sue acque rilasciavano tracce di preziosa polvere aurea.

L’entroterra di Fiumedinisi è stato in passato uno dei distretti minerari più importanti dell’Isola. Oltre all’oro, fino ad una sessantina di anni fa, venivano estratti ferro, argento, rame, piombo e tungsteno. Oggi le miniere sono chiuse e non sono visitabili se non accompagnati da guide esperte che di tanto in tanto organizzano delle visite. Generosa di preziosi minerali, Fiumedinisi nel 1674, durante la rivoluzione anti-spagnola di Messina, aveva una sua Zecca che batteva moneta. È ancora visibile nel centro storico l’antico Palazzo della Zecca.

Le testimonianze del passato, ancora ben visibili nei ruderi e nei testi storici, risalgono al medioevo. Su un’altura, in una posizione privilegiata, a circa 750 metri di quota, troviamo i ruderi del Castello del Belvedere, una fortezza dalla pianta pentagonale.

La sua posizione, strategica dal punto di vista militare, copriva dall’alto le contrade dalla valle del Nisi fino alla costa ionica. Oggi è meta di escursionisti, una finestra aperta sulla Sicilia nordorientale dall’Etna alla Calabria. Rimanendo in epoca medievale al piccolo borgo peloritano è legato uno degli episodi storici più importanti dell’era normanno-sveva.

Nel 1197, l’imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia, Enrico VI di Svevia, a soli 32 anni, si ammalò gravemente di malaria durante una battuta di caccia nelle paludi del fiume Nisi e trovò la morte pochi giorni dopo a Messina. A soli tre anni raccoglieva l’eredità il futuro imperatore Federico II di Svevia.

Dal punto di vista naturalistico è nella Riserva Naturale di Fiumedinisi e Monte Scuderi, che possiamo trovare uno degli ambienti di montagna più belli che la Sicilia possa offrire. Ricco di acqua e rigoglioso di vegetazione boschiva. La porta di accesso alla Riserva è il Santuario della Santissima Trinità, che si raggiunge uscendo dal paese e risalendo la fiumara verso le sorgenti. La segnaletica purtroppo è scarsa e la strada disagevole, ma il santuario è indicato su google maps e non ci si perde.

Della Riserva meritano sicuramente attenzione la Valle degli Eremiti, le opere idrauliche dell’acquedotto di Messina, e la salita a Monte Scuderi, un massiccio isolato che si stacca dalla dorsale peloritana per protendersi verso lo Inio, che domina per buona parte della costa orientale. Nei pressi della sommità sono visibili antiche neviere e le poche tracce murarie rimaste dell’antico abitato bizantino di Mycos. Ma per gli abitanti delle fiumare sottostanti Monte Scuderi rimane il monte della truvatura un tesoro custodito dentro una grotta; solo chi riuscirà a superare una serie di prove al limite dell’impossibile potrà impossessarsene.

Nessuno ha ancora trovato il prezioso carico di monete d’oro e d’argento, ma nel frattempo in pochi si sono resi conto che la vera “truvatura” della Sicilia è la Sicilia stessa e questo piccolo territorio, florido di storia e natura, ma ancora sconosciuto ai più, e in stato di semi-abbandono, ne è un esempio.

La segnaletica è insufficiente, i siti archeologici come quello del Castello e di Mycos non sono curati, le miniere chiuse alla fruizione. Dove non arriva l’ente pubblico però può capitare che siano associazioni o privati cittadini a prendere l’iniziativa. Grazie ai messinesi Pasquale D’Andrea e Giovanni Lombardo, che con passione promuovono il comprensorio peloritano attraverso l’escursionismo, è nato l’Anello del Nisi, un itinerario a tappe che si sviluppa intorno alla fiumara, percorribile in tre o quattro giorni "secondo la modalità del turismo lento e responsabile" come scrivono gli stessi autori. Partendo da Alì Terme, sulla costa, l’itinerario si addentra nelle vallate peloritane di Alì e del Nisi e poi ridiscende verso Nizza di Sicilia per concludersi al punto di partenza, magari con una giornata nelle piscine termali di Alì.

Itinerari come questo sono considerati un’idea da visionari, di nicchia, per i pochi amanti del trekking, soprattutto da chi vede ancora il turismo come un movimento di grandi masse di persone in megastrutture recettive. Ma i fatti dimostrano che, soprattutto dopo la pandemia, il cicloturismo ed i cammini a tappe, un esempio su tutti la via francigena, hanno visto aumentare i loro estimatori in maniera esponenziale. Noi ancora una volta non ci stiamo facendo trovare pronti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: balarm.it