Studiopiù Sicilia

06

Set

Scommettiamo che non li conoscete: sono i frutti (antichi) siciliani a rischio estinzione

Non è una questione di sentimentalismo o di visione disincantata del passato ma - dati alla mano - alcune varietà di frutta, fatta salva la loro bontà, sono quasi introvabili

Se si ha avuto la fortuna di avere dei nonni che vivevano in un paesino in prossimità, preferibilmente, di una campagna allora si ricorderanno con una certa dose di nostalgia alcuni momenti e alcuni sapori, ci viene da dire, che oggi è difficile recuperare.

Stiamo parlando del raccogliere dall’albero i fichi freschi mangiandoli - perché un tempo si poteva - senza sbucciarli né tantomeno lavarli; oppure assistere il nonno mentre raccoglieva i fichi d’india, facendo cura a non beccare qualche spina.

Ma se queste prelibatezze ancora si possono in qualche modo trovare sui banchi della frutta soprattutto dei contadini, nelle province principalmente, ci sono dei frutti che rischiano di scomparire anche dalle piccole produzioni e altri che, potremmo scommetterci, sono totalmente sconosciuti alle nuove generazioni.

Non è una questione di sentimentalismo o di visione disincantata del passato ma - dati alla mano - alcune varietà di frutta, fatta salva la loro bontà, sono quasi introvabili.

Se vi chiedessimo cosa sono le “aumincelle” o i “sanimalati” voi cosa rispondereste? Per non parlare poi delle “sbergie” e delle “mele cotogne”.

Chi ha avuto l’opportunità di assaggiare questi frutti non li ha certo dimenticati perché, nonostante un aspetto magari non sempre invitante, custodiscono una particolare dolcezza.

Premettiamo subito che non sappiamo precisamente i nomi corrispondenti in italiano di alcuni di questi frutti ma solamente quello tradizionale che, quantomeno ricordiamo dall’infanzia.

Entrando più nel dettaglio le “aumincelle” sono delle piccole mele gialle, con leggere tonalità di rosso sulla buccia, tipiche dei primi giorni di settembre.

I “sanimalati” invece sono delle piccole perine che vengono tradizionalmente chiamate così perché danno il massimo del gusto ad un punto di maturazione avanzato, quando appunto sembrano quasi malati.
Anche questi frutti sono tipici della coda dell’estate.

Le mele cotogne invece, che resistono ancora un po’ di più come presenza, soprattutto nei paesi dell’entroterra, sono anche esse delle mele dalla buccia gialla, un po’ pelosa e dal sapore leggermente acidulo che più che essere mangiate così come si trovano, vengono usate in alcuni dolci tipici siciliani previa trasformazione in confettura.

A questa rassegna di frutti che rischiano di scomparire dalle produzioni locali si aggiunge la “sbergia", una varietà di pesca nettarina, diffusa soltanto nella valle del Niceto, nei comuni di Torregrotta, Monforte San Giorgio e San Pier Niceto, di cui costituisce un prodotto endemico.

Secondo la tradizione questo frutto fu introdotto per la prima volta dalle popolazioni arabe che si stanziarono nella zona a partire dal 965, come risultato di alcuni innesti sperimentali. Lo stesso termine deriverebbe dall'arabo al-berchiga, trasformato poi nel francese alberges durante la dominazione angioina, fino ad approdare, dopo varie modificazioni linguistiche, all'attuale terminologia.

La sua coltivazione nella valle del Niceto è accertata con prove documentali già a partire dal XVI secolo, evidenziata da Antonino Venuti nel suo trattato De agricultura opusculum del 1516.

Anch’essa dal gusto zuccherino è molto ricercata ma la sua scarsa produzione (si stima che l’estensione di coltivazione dei terreni con questo frutto sia di circa 90 ettari) non permette una commercializzazione più ampia.

Allora se in qualche modo, in qualche angolo della Sicilia, vi imbattete in uno di questi frutti non perdete l’occasione di assaggiarlo, non ne dimenticherete più il gusto straordinario, che sa di antico e tradizione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: balarm.it