Studiopiù Sicilia

17

Mar

Tornano in Sicilia e trovano il "vero oro": il viaggio (al contrario) di Alberto e Gaetano

Dopo avere studiato e lavorato rispettivamente a Pisa e Pavia, i due amici sono "rientrati alla base", hanno acquistato dei terreni e hanno creato il loro nuovo lavoro

Quante volte abbiamo sentito dire "Cu nesci arrinesci" (Chi se ne va, ce la fa)? Quante volte a settembre ci ritroviamo a salutare amici e parenti che, dopo aver trascorso l’estate in Sicilia, tornano nelle loro nuove case lontane dall’isola? Quante volte attendiamo con ansia le vacanze di Natale per riabbracciare i nostri affetti?

La risposta è scontata per chi abita in una regione dove l’emigrazione, soprattutto giovanile, è considerata come un destino ineluttabile da accettare per crearsi un futuro.

D’altronde il fenomeno, ormai drammatico, riguarda migliaia e migliaia di famiglie. Anzi, forse quasi ogni famiglia siciliana. C’è chi parte dopo il diploma, chi appena finisce il percorso universitario, chi dopo avere fatto mille lavoretti non appaganti che fanno perdere il sorriso.

Tutti con la stessa motivazione: andare dove le condizioni economiche e di lavoro sono migliori. Eppure, fra tanti che partono, ci sono anche giovani che, dopo anni trascorsi fuori, tornano e investono nella nostra terra.

È il caso degli agrigentini e amici d’infanzia Alberto Bruzzi e Gaetano Amico che, dopo avere studiato e lavorato rispettivamente a Pisa e Pavia, tre anni fa sono "rientrati alla base".

Perché «nonostante i vari difetti, vivere in Sicilia è stupendo e la qualità della vita è molto più alta che in altri posti, per cui c’è la voglia di ritornare dove si sta bene», dove le possibilità esistono ma devono essere colte e sfruttate.

Proprio con questo intento i due si sono rimboccati le maniche e hanno deciso di dedicarsi a dei prodotti che ci invidiano in molti e che non sempre sappiamo apprezzare: olio, mandorle e capperi. Se c’è una cosa che da noi non manca, d’altronde, sono le eccellenze agroalimentari.

«Già prima di partire avevamo voglia di creare qualcosa di nostro nella nostra isola - racconta Alberto -. Una volta qui, potevamo percorrere le due strade che la Sicilia offre, quella del settore turistico e quella dell’agricoltura. Noi abbiamo optato per la seconda».

Ed è così che Alberto e Gaetano, senza finanziamenti ma grazie ai propri risparmi e all’aiuto dei genitori, acquistano dei terreni tra Raffadali e Siculiana, dando vita alla cooperativa agricola Chrysos.

Un nome particolare che non è stato scelto a caso: in greco «significa "dorato", un colore che fa pensare a quello dell’olio, che è il vero oro della Sicilia».

Un oro che fortunatamente luccica sempre di più, così come la terra in cui lo si produce. Sono in forte aumento, infatti, i giovani che fanno di tutto per smontare definitivamente il famoso detto "braccia rubate all’agricoltura" e provano a ridare il giusto peso a un settore che negli anni è stato immotivatamente svalutato.

«In molti se ne stanno accorgendo e noi ne siamo felici» - ci dice Alberto - «Più gente torna alla terra meglio è per noi, perché soltanto facendo rete e abbattendo il muro della diffidenza si può diventare più forti economicamente».

Una forza che deriva anche dalla maggiore consapevolezza dei consumatori che cominciano a capire che «noi siamo quello che mangiamo».

Ed è per questo che i due imprenditori hanno deciso di puntare alla qualità piuttosto che alla quantità, non pensando neanche per un istante alla coltivazione intensiva, perché vogliono creare «un prodotto di cui andare fieri e che possa essere apprezzato da tutti per l’enorme lavoro che c’è dietro».

Lavoro e, senza dubbio, anche tanta passione. D’altronde è quella che li ha spinti a studiare, a frequentare corsi, a prepararsi e a seguire i consigli di alcuni "vecchi saggi": «Quando abbiamo piantato gli ulivi, ad esempio, abbiamo chiesto a un esperto potatore di potare gli alberi e lo abbiamo osservato per giorni e giorni per imparare come si curano».

Biologico e prodotti siciliani di qualità sono il loro segreto. Oltre all’olio e alla mandorle, quest’anno hanno allargato l’impresa anche ai capperi selvatici, che crescono nella Valle dei Templi ma che non erano ancora stati valorizzati. Li hanno notati e così, sotto il marchio “Diodoros”, sono riusciti a ottenere la possibilità di raccoglierli e venderli.

Ovviamente non è sempre stato facile. Anzi. Spesso la burocrazia ha causato momenti di difficoltà e di sconforto, così come la pandemia ha determinato un rallentamento dei loro progetti, ma Alberto e Gaetano non si sono mai dati per vinti e oggi sono «felici perché poter dire di avere realizzato qualcosa di bello nella nostra terra e non fuori è un grande motivo di orgoglio».

Orgoglio per tutti noi che speriamo in un’inversione di rotta.

Chissà, magari proprio grazie ai tanti che resistono o che ritornano per investire qui, presto non sentiremo più dire “Cu nesci arrinesci” ma piuttosto “Si resti arrinesci”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: balarm.it